La recensione prende in esame L’era ibrida, con cui Fabio Bassan porta a compimento una trilogia dedicata allo studio giuridico della rivoluzione tecnologica e riconduce per la prima volta entro un’unica cornice teorica il piano internazionale e transnazionale e quello nazionale ed europeo, assumendo come chiave di lettura la nozione di ibridazione tra poteri pubblici e imprese tecnologiche. Le due epigrafi del volume, lungi dall’avere funzione ornamentale, ne orientano l’intero percorso argomentativo: il pappagallo del Masnavi di Rumi, che giudica la condizione altrui sulla base della propria, ammonisce contro l’analogia fallace che pretende di leggere fenomeni inediti con categorie forgiate per realtà diverse, mentre la sfera di Flatland, che il quadrato percepisce soltanto come un cerchio mutevole, anticipa la proposta metodologica centrale dell’opera, ossia l’aggiunta della dimensione delle infrastrutture a quella dei dati e dei servizi entro cui il legislatore europeo ha finora collocato la regolazione del digitale. Su queste basi l’Autore elabora categorie destinate a circolare nel lessico giuridico. L’«effettività non statale dematerializzata» consente di qualificare le imprese transnazionali titolari di infrastrutture tecnologiche come soggetti del diritto internazionale-interindividuale, senza forzarne l’ingresso nella cerchia degli Stati. L’«ordine internazionale differenziato» interpreta il blocco del Consiglio di Sicurezza come l’emersione di un regime ad applicazione diversificata, non come una condizione di disordine. Gli «accordi interistituzionali misti» rendono tali imprese parti di intese con Stati e organizzazioni internazionali, così da imputare loro obblighi e responsabilità oggi sottratti a qualsiasi sede politica. La «democrazia digitale debole», infine, descrive un perimetro di tutela inadeguato a proteggere il cittadino nei confronti del potere privato di chi controlla le infrastrutture. Il lascito più duraturo del volume, a giudizio di chi scrive, risiede tuttavia nella diagnosi dei limiti della regolazione europea, rimasta prigioniera di una prospettiva bidimensionale sorretta dalle due «superstizioni» della neutralità tecnologica e dell’equivalenza tra dimensione digitale e dimensione fisica, laddove l’Autore osserva con lucidità che, se la tecnologia può essere neutra, le infrastrutture tecnologiche private sicuramente non lo sono. Alcune delle tesi avanzate, a partire dal riconoscimento della soggettività internazionale delle imprese tech, solleveranno verosimilmente discussioni vivaci tra gli internazionalisti più legati alla concezione Stato-centrica dell’ordinamento. È però proprio questa capacità di interrogare in profondità categorie consolidate, con argomentazioni rigorose e un’attenta osservazione della prassi, a fare del volume una lettura necessaria per quanti intendano comprendere le trasformazioni della sovranità e della democrazia nell’era ibrida.
Leggendo Fabio Bassan, L’era ibrida. Sovranità e democrazia tra poteri pubblici e imprese tech
Agostina Latino
2026-01-01
Abstract
La recensione prende in esame L’era ibrida, con cui Fabio Bassan porta a compimento una trilogia dedicata allo studio giuridico della rivoluzione tecnologica e riconduce per la prima volta entro un’unica cornice teorica il piano internazionale e transnazionale e quello nazionale ed europeo, assumendo come chiave di lettura la nozione di ibridazione tra poteri pubblici e imprese tecnologiche. Le due epigrafi del volume, lungi dall’avere funzione ornamentale, ne orientano l’intero percorso argomentativo: il pappagallo del Masnavi di Rumi, che giudica la condizione altrui sulla base della propria, ammonisce contro l’analogia fallace che pretende di leggere fenomeni inediti con categorie forgiate per realtà diverse, mentre la sfera di Flatland, che il quadrato percepisce soltanto come un cerchio mutevole, anticipa la proposta metodologica centrale dell’opera, ossia l’aggiunta della dimensione delle infrastrutture a quella dei dati e dei servizi entro cui il legislatore europeo ha finora collocato la regolazione del digitale. Su queste basi l’Autore elabora categorie destinate a circolare nel lessico giuridico. L’«effettività non statale dematerializzata» consente di qualificare le imprese transnazionali titolari di infrastrutture tecnologiche come soggetti del diritto internazionale-interindividuale, senza forzarne l’ingresso nella cerchia degli Stati. L’«ordine internazionale differenziato» interpreta il blocco del Consiglio di Sicurezza come l’emersione di un regime ad applicazione diversificata, non come una condizione di disordine. Gli «accordi interistituzionali misti» rendono tali imprese parti di intese con Stati e organizzazioni internazionali, così da imputare loro obblighi e responsabilità oggi sottratti a qualsiasi sede politica. La «democrazia digitale debole», infine, descrive un perimetro di tutela inadeguato a proteggere il cittadino nei confronti del potere privato di chi controlla le infrastrutture. Il lascito più duraturo del volume, a giudizio di chi scrive, risiede tuttavia nella diagnosi dei limiti della regolazione europea, rimasta prigioniera di una prospettiva bidimensionale sorretta dalle due «superstizioni» della neutralità tecnologica e dell’equivalenza tra dimensione digitale e dimensione fisica, laddove l’Autore osserva con lucidità che, se la tecnologia può essere neutra, le infrastrutture tecnologiche private sicuramente non lo sono. Alcune delle tesi avanzate, a partire dal riconoscimento della soggettività internazionale delle imprese tech, solleveranno verosimilmente discussioni vivaci tra gli internazionalisti più legati alla concezione Stato-centrica dell’ordinamento. È però proprio questa capacità di interrogare in profondità categorie consolidate, con argomentazioni rigorose e un’attenta osservazione della prassi, a fare del volume una lettura necessaria per quanti intendano comprendere le trasformazioni della sovranità e della democrazia nell’era ibrida.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


