Dopo l’interruzione dei giochi, avvenuta agli inizi del VI secolo, l’Anfiteatro Flavio e la sua arena sono stati periodicamente oggetto di diversi tentativi di rivalorizzazione e rifunzionalizzazione. Tra le diverse ipotesi di riuso, che si sono susseguite dopo il XVI secolo, sono annoverati alcuni progetti dalle differenti finalità. Si va dalla trasformazione in una filanda a quella in un cimitero, dalla installazione di un teatro sino alla creazione di uno spazio penitenziale con la disposizione di un tempietto nell’arena. Dopo la Controriforma, tra le tante proposte, si è progressivamente affermata la tendenza alla sacralizzazione della struttura. Tale destinazione d’uso si è concretizzata con la settecentesca sistemazione delle stazioni della Via Crucis; una soluzione tuttavia collocabile all’interno di un percorso cultuale nel quale un ruolo centrale rivestirono i precedenti tentativi di realizzare, tra il 1675 e il 1708, una vera e propria chiesa all’interno dell’anfiteatro. Si rammenta come ad un primo incarico, risalente all’Anno Santo del 1675 e affidato a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), fece seguito una nuova commissione, questa volta assegnata a Carlo Fontana (1638-1714), per la quale si prevedeva la collocazione di un santuario all’interno dell’antica struttura romana che inizialmente doveva far parte dei percorsi devozionali giubilari. Si suppone che Bernini avesse previsto un tempietto da erigersi nel centro dell’anfiteatro mentre, com’è ormai noto, Fontana propose una chiesa circolare disposta a oriente dell’asse longitudinale del perimetro policentrico dell’arena, in diretta continuità con la porta Libitinaria. Lo studio fontaniano era legato a una commissione mai regolarizzata e a cui non fece seguito né un finanziamento né un contratto sottoscritto dal papa. Ma tale incarico, seppur parziale, era stato sufficiente all’architetto ticinese per redigere un raffinato progetto concepito fino ai minimi dettagli, ma purtroppo non realizzato. La chiesa dei Martiri, definita dallo stesso architetto come «una Gran Gioia» custodita in una «stupenda mole», è certamente la sua più spettacolare iniziativa professionale.

Architettura picta e architettura di carta. Enigmatiche convergenze nel progetto di Carlo Fontana per una chiesa nel Colosseo

Giuseppe Bonaccorso
2025-01-01

Abstract

Dopo l’interruzione dei giochi, avvenuta agli inizi del VI secolo, l’Anfiteatro Flavio e la sua arena sono stati periodicamente oggetto di diversi tentativi di rivalorizzazione e rifunzionalizzazione. Tra le diverse ipotesi di riuso, che si sono susseguite dopo il XVI secolo, sono annoverati alcuni progetti dalle differenti finalità. Si va dalla trasformazione in una filanda a quella in un cimitero, dalla installazione di un teatro sino alla creazione di uno spazio penitenziale con la disposizione di un tempietto nell’arena. Dopo la Controriforma, tra le tante proposte, si è progressivamente affermata la tendenza alla sacralizzazione della struttura. Tale destinazione d’uso si è concretizzata con la settecentesca sistemazione delle stazioni della Via Crucis; una soluzione tuttavia collocabile all’interno di un percorso cultuale nel quale un ruolo centrale rivestirono i precedenti tentativi di realizzare, tra il 1675 e il 1708, una vera e propria chiesa all’interno dell’anfiteatro. Si rammenta come ad un primo incarico, risalente all’Anno Santo del 1675 e affidato a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), fece seguito una nuova commissione, questa volta assegnata a Carlo Fontana (1638-1714), per la quale si prevedeva la collocazione di un santuario all’interno dell’antica struttura romana che inizialmente doveva far parte dei percorsi devozionali giubilari. Si suppone che Bernini avesse previsto un tempietto da erigersi nel centro dell’anfiteatro mentre, com’è ormai noto, Fontana propose una chiesa circolare disposta a oriente dell’asse longitudinale del perimetro policentrico dell’arena, in diretta continuità con la porta Libitinaria. Lo studio fontaniano era legato a una commissione mai regolarizzata e a cui non fece seguito né un finanziamento né un contratto sottoscritto dal papa. Ma tale incarico, seppur parziale, era stato sufficiente all’architetto ticinese per redigere un raffinato progetto concepito fino ai minimi dettagli, ma purtroppo non realizzato. La chiesa dei Martiri, definita dallo stesso architetto come «una Gran Gioia» custodita in una «stupenda mole», è certamente la sua più spettacolare iniziativa professionale.
2025
978-2-503-60852-5
268
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