L’Europa del Cinquecento, scoperta l’America, stermina in pochi decenni gran parte dei suoi abitanti. Ma nello stesso periodo l’Europa diventa anche uno straordinario laboratorio di pensiero. Chi sono gli “altri”, animali da macello, utili schiavi, buoni selvaggi, nostri simili? La Spagna di Cristoforo Colombo e dell’imperatore Carlo V, di Hernan Cortés e dei missionari offre un terreno particolarmente fertile a questo dibattito. Bartolomé de las Casas (1484-1566) arriva nelle colonie a 18 anni. Come cappellano dei conquistadores è testimone delle stragi e delle crudeltà; inizia a interrogarsi con onestà e radicalità inedite sulla sua presunta missione e nel 1514 si converte alla causa degli indigeni. Il resto della sua esistenza è speso per fermare il massacro, che riconduce alle guerre “diaboliche” dei cristiani e all’“orribile ed acerba servitù”. Mettendo a frutto i tesori della sua formazione giuridica e teologica e la sua abilità politica apre spazi di dubbio e introduce novità teoriche prima impensabili. Nella sua attività pratica – a corte e nelle Indie – e nella sua produzione intellettuale realismo politico e visione profetica si intrecciano, in un percorso di progressiva radicalizzazione: Las Casas arriverà a negare qualsiasi giustificazione a tutte le guerre di conquista, a riconoscere il valore delle culture indigene nel loro contesto, a teorizzare l’illegittimità del dominio spagnolo e la restituzione ai nativi della loro libertà naturale. Dipinto a lungo come il diabolico traditore della missione evangelizzatrice della cristianissima Spagna, è stato all’opposto venerato come apostolo delle Americhe; di recente alcuni hanno esaltato le potenzialità emancipative del suo pensiero, mentre altri lo hanno accusato di rimanere sodale all’imperialismo dimostrandosi corresponsabile dell’etnocidio culturale degli indigeni. Questo libro indaga la sua straordinaria avventura umana, politica e intellettuale.

Bartolomé de Las Casas. La conquista sin fundamento

baccelli
2026-01-01

Abstract

L’Europa del Cinquecento, scoperta l’America, stermina in pochi decenni gran parte dei suoi abitanti. Ma nello stesso periodo l’Europa diventa anche uno straordinario laboratorio di pensiero. Chi sono gli “altri”, animali da macello, utili schiavi, buoni selvaggi, nostri simili? La Spagna di Cristoforo Colombo e dell’imperatore Carlo V, di Hernan Cortés e dei missionari offre un terreno particolarmente fertile a questo dibattito. Bartolomé de las Casas (1484-1566) arriva nelle colonie a 18 anni. Come cappellano dei conquistadores è testimone delle stragi e delle crudeltà; inizia a interrogarsi con onestà e radicalità inedite sulla sua presunta missione e nel 1514 si converte alla causa degli indigeni. Il resto della sua esistenza è speso per fermare il massacro, che riconduce alle guerre “diaboliche” dei cristiani e all’“orribile ed acerba servitù”. Mettendo a frutto i tesori della sua formazione giuridica e teologica e la sua abilità politica apre spazi di dubbio e introduce novità teoriche prima impensabili. Nella sua attività pratica – a corte e nelle Indie – e nella sua produzione intellettuale realismo politico e visione profetica si intrecciano, in un percorso di progressiva radicalizzazione: Las Casas arriverà a negare qualsiasi giustificazione a tutte le guerre di conquista, a riconoscere il valore delle culture indigene nel loro contesto, a teorizzare l’illegittimità del dominio spagnolo e la restituzione ai nativi della loro libertà naturale. Dipinto a lungo come il diabolico traditore della missione evangelizzatrice della cristianissima Spagna, è stato all’opposto venerato come apostolo delle Americhe; di recente alcuni hanno esaltato le potenzialità emancipative del suo pensiero, mentre altri lo hanno accusato di rimanere sodale all’imperialismo dimostrandosi corresponsabile dell’etnocidio culturale degli indigeni. Questo libro indaga la sua straordinaria avventura umana, politica e intellettuale.
2026
979-13-87545-37-6
276
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Bartolomé de Las Casas - Luca Baccelli 13.10.25 (2).pdf

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