La presenza di architetture in abbandono, edifici dismessi e spazi residuali sembra allargarsi a macchia d’olio connotando sempre più l’immagine dei paesaggi contemporanei. Al fianco di capannoni vuoti, binari dismessi, strutture produttive incompiute o altri materiali appartenenti ad un tessuto “ordinario”, emerge la presenza di alcuni Ruderi del Moderno: architetture realizzate tra gli anni Sessanta e Ottanta in Italia e firmate da autori celebri, alcune delle quali rimaste incompiute, altre terminate e mai entrate in uso, altre in via di demolizione, tutte oggi in disuso e abbandono. Si tratta di opere come il Teatro Popolare di Sciacca di Giuseppe Samonà del 1976, la Chiesa di Gibellina di Ludovico Quaroni del 1980, o la Casa dello studente di Giorgio Grassi e Antonio Monestiroli del 1976, la Colonia ENEL di Riccione di De Carlo del 1961, ovvero di alcuni masterpieces, che hanno avuto una grande fortuna critica e sono stati considerati dei riferimenti per il pensiero progettuale di diverse generazioni di architetti, italiani e non. Lo stadio di abbandono, l’età di realizzazione, la collocazione geografica e la paternità autoriale accomunano questi edifici e li rendono leggibili come un testo unico, capace di raccontare di un passato recente e di mettere in luce alcune questioni del presente. Giganti di cemento, restituiscono ancora, se pur in frantumi, l’idea di un disegno formale, di un chiaro schema compositivo che doveva far risaltare questi edifici come delle vere e proprie sculture architettoniche, spesso iperdimensionate rispetto ai contesti, spesso collocate ai margini dei tessuti. Il contributo apre una riflessione su questa eredità complessa con cui bisogna ormai inevitabilmente imparare a interagire e che ci pone oggi di fronte due questioni fondamentali. La prima riguarda la dimensione materiale di questo lascito, ovvero la massa di resti, frammenti, scarti e la difficoltà nel gestire e riassorbire tali materiali nei siti in cui si collocano; la seconda ha a che vedere con una valutazione critica del lascito immateriale, testimonianza di un periodo considerato celebre per la produzione intellettuale e che denuncia delle evidenti contraddizioni rispetto a quanto depositato poi nella città come edifici realizzati.

Ruderi del moderno

giulia menzietti
2015-01-01

Abstract

La presenza di architetture in abbandono, edifici dismessi e spazi residuali sembra allargarsi a macchia d’olio connotando sempre più l’immagine dei paesaggi contemporanei. Al fianco di capannoni vuoti, binari dismessi, strutture produttive incompiute o altri materiali appartenenti ad un tessuto “ordinario”, emerge la presenza di alcuni Ruderi del Moderno: architetture realizzate tra gli anni Sessanta e Ottanta in Italia e firmate da autori celebri, alcune delle quali rimaste incompiute, altre terminate e mai entrate in uso, altre in via di demolizione, tutte oggi in disuso e abbandono. Si tratta di opere come il Teatro Popolare di Sciacca di Giuseppe Samonà del 1976, la Chiesa di Gibellina di Ludovico Quaroni del 1980, o la Casa dello studente di Giorgio Grassi e Antonio Monestiroli del 1976, la Colonia ENEL di Riccione di De Carlo del 1961, ovvero di alcuni masterpieces, che hanno avuto una grande fortuna critica e sono stati considerati dei riferimenti per il pensiero progettuale di diverse generazioni di architetti, italiani e non. Lo stadio di abbandono, l’età di realizzazione, la collocazione geografica e la paternità autoriale accomunano questi edifici e li rendono leggibili come un testo unico, capace di raccontare di un passato recente e di mettere in luce alcune questioni del presente. Giganti di cemento, restituiscono ancora, se pur in frantumi, l’idea di un disegno formale, di un chiaro schema compositivo che doveva far risaltare questi edifici come delle vere e proprie sculture architettoniche, spesso iperdimensionate rispetto ai contesti, spesso collocate ai margini dei tessuti. Il contributo apre una riflessione su questa eredità complessa con cui bisogna ormai inevitabilmente imparare a interagire e che ci pone oggi di fronte due questioni fondamentali. La prima riguarda la dimensione materiale di questo lascito, ovvero la massa di resti, frammenti, scarti e la difficoltà nel gestire e riassorbire tali materiali nei siti in cui si collocano; la seconda ha a che vedere con una valutazione critica del lascito immateriale, testimonianza di un periodo considerato celebre per la produzione intellettuale e che denuncia delle evidenti contraddizioni rispetto a quanto depositato poi nella città come edifici realizzati.
2015
9788836632688
architettura, patrimonio, abbandono, riciclo
268
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