Il contributo si concentra su due architetture pensate per l’accoglienza e la didattica: l’Istituto Marchiondi Spagliardi di Vittoriano Viganò a Milano e l’istituto Marchesi di Luigi Pellegrin a Pisa. Le opere sono state commentate da Zevi in diversi testi, nei quali apprezza la sensazione di libertà che Viganò riesce ad esprimere in un edificio per la rieducazione, fino ad allora quasi sempre associata a strutture concepite come carceri, soffermandosi soprattutto sulla dimensione sociale e politica dell’opera. È proprio Zevi a nominare Pellegrin vincitore del concorso internazionale per il complesso Marchesi. La dimensione umana dell’opera e la continua tensione verso l’esterno sono molto apprezzate dallo storico. Quella di Pellegrin, nel campo delle numerose ricerche che tra gli anni Sessanta e Settanta, si pone come una risposta politica concreta che tiene conto sia delle richieste elaborate in quegli anni dal movimento degli studenti, sia dalle esigenze locali dei cittadini. Entrambe le opere nascono da una scintilla, dalla convinzione di poter trasformare la scuola, la società, ed entrambe, come altre architetture degli stessi anni, finiscono con lo spegnere i propri entusiasmi nei fumi di quella stessa fiamma. I loro slanci verso il cambiamento trovano tuttavia una tiepida accoglienza da parte dei fruitori, l’entusiasmo nel trasformare un manifesto in edificio, e il ritardo congenito dell’architettura nel trasferire messaggi alla società incontrano fin da subito una diffusa resistenza: da parte dei genitori degli studenti e degli amministratori, per quanto riguarda l’architettura di Pellegrin, da parte di chi avrebbe dovuto accogliere le istanze progressiste dell’opera, nell’edificio di Viganò. Probabilmente le impalcature teoriche di entrambe le opere si stavano già sgretolando quando i lavori dei cantieri dovevano ancora terminare, generando edifici che parlavano lingue a quel punto contestate e superate. Lo spirito militante, che Zevi apprezza in quelle architetture, finisce con lo scontrarsi duramente con una società che negli anni avrebbe smesso di cercare ideologie, aggrappandosi alla realtà per curare le ferite delle utopie.

Le rovine dell'educazione

Giulia Menzietti
2018-01-01

Abstract

Il contributo si concentra su due architetture pensate per l’accoglienza e la didattica: l’Istituto Marchiondi Spagliardi di Vittoriano Viganò a Milano e l’istituto Marchesi di Luigi Pellegrin a Pisa. Le opere sono state commentate da Zevi in diversi testi, nei quali apprezza la sensazione di libertà che Viganò riesce ad esprimere in un edificio per la rieducazione, fino ad allora quasi sempre associata a strutture concepite come carceri, soffermandosi soprattutto sulla dimensione sociale e politica dell’opera. È proprio Zevi a nominare Pellegrin vincitore del concorso internazionale per il complesso Marchesi. La dimensione umana dell’opera e la continua tensione verso l’esterno sono molto apprezzate dallo storico. Quella di Pellegrin, nel campo delle numerose ricerche che tra gli anni Sessanta e Settanta, si pone come una risposta politica concreta che tiene conto sia delle richieste elaborate in quegli anni dal movimento degli studenti, sia dalle esigenze locali dei cittadini. Entrambe le opere nascono da una scintilla, dalla convinzione di poter trasformare la scuola, la società, ed entrambe, come altre architetture degli stessi anni, finiscono con lo spegnere i propri entusiasmi nei fumi di quella stessa fiamma. I loro slanci verso il cambiamento trovano tuttavia una tiepida accoglienza da parte dei fruitori, l’entusiasmo nel trasformare un manifesto in edificio, e il ritardo congenito dell’architettura nel trasferire messaggi alla società incontrano fin da subito una diffusa resistenza: da parte dei genitori degli studenti e degli amministratori, per quanto riguarda l’architettura di Pellegrin, da parte di chi avrebbe dovuto accogliere le istanze progressiste dell’opera, nell’edificio di Viganò. Probabilmente le impalcature teoriche di entrambe le opere si stavano già sgretolando quando i lavori dei cantieri dovevano ancora terminare, generando edifici che parlavano lingue a quel punto contestate e superate. Lo spirito militante, che Zevi apprezza in quelle architetture, finisce con lo scontrarsi duramente con una società che negli anni avrebbe smesso di cercare ideologie, aggrappandosi alla realtà per curare le ferite delle utopie.
2018
9788822902078
Architettura, Scuole, Bruno Zevi
268
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