Primo edificio plurifamiliare realizzato da Ridolfi, la palazzina Rea rappresenta uno degli esempi più alti della seconda stagione della cosiddetta “palazzina romana”: un tipo edilizio, che dopo gli esordi solenni delle case ad appartamenti di Pietro Aschieri e di Giuseppe Capponi, inaugura la stagione della sperimentazione linguistica ed innovatrice degli anni Trenta. Nella progettazione Ridolfi assume pienamente le prescrizioni delle norme edilizie che vincolano i prospetti alla classica tripartizione basamento, corpo, coronamento; analogamente nella collocazione dell’ingombro all’interno del lotto rinuncia al filo stradale, arretrando, in ossequio ai regolamenti, di circa 15 metri il volume compatto della palazzina. Nonostante la difficoltà dovuta al lotto sghembo, Ridolfi propone un edificio caratterizzato da due alloggi per piano, da una chiostrina centrale e da due scale. Seppure la distribuzione appare tradizionale, con doppi ingressi, doppie scale e ampie bucature, invero il palazzo si distingue per lo studio meticoloso di tutti gli elementi costruttivi, che contribuiscono a formalizzare sia l’esterno sia l’interno dell’intera costruzione. Il desiderio di autorappresentazione richiesto in quegli anni dalla borghesia romana in ascesa trovava proprio nella palazzina il tipo edilizio che meglio poteva rispondere a questo scopo.

Palazzina Rea a Roma

Giuseppe Bonaccorso
2021

Abstract

Primo edificio plurifamiliare realizzato da Ridolfi, la palazzina Rea rappresenta uno degli esempi più alti della seconda stagione della cosiddetta “palazzina romana”: un tipo edilizio, che dopo gli esordi solenni delle case ad appartamenti di Pietro Aschieri e di Giuseppe Capponi, inaugura la stagione della sperimentazione linguistica ed innovatrice degli anni Trenta. Nella progettazione Ridolfi assume pienamente le prescrizioni delle norme edilizie che vincolano i prospetti alla classica tripartizione basamento, corpo, coronamento; analogamente nella collocazione dell’ingombro all’interno del lotto rinuncia al filo stradale, arretrando, in ossequio ai regolamenti, di circa 15 metri il volume compatto della palazzina. Nonostante la difficoltà dovuta al lotto sghembo, Ridolfi propone un edificio caratterizzato da due alloggi per piano, da una chiostrina centrale e da due scale. Seppure la distribuzione appare tradizionale, con doppi ingressi, doppie scale e ampie bucature, invero il palazzo si distingue per lo studio meticoloso di tutti gli elementi costruttivi, che contribuiscono a formalizzare sia l’esterno sia l’interno dell’intera costruzione. Il desiderio di autorappresentazione richiesto in quegli anni dalla borghesia romana in ascesa trovava proprio nella palazzina il tipo edilizio che meglio poteva rispondere a questo scopo.
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