La definizione di strategie progettuali capaci di descrivere una gerarchia crescente di alterazione dell’esistente, di definire una progressione dei gradi di trasformazione, ci porta a distinguere differenti categorie di manipolazione e differenti attuatori. Tuttavia, all’interno di uno scenario urbano idealizzabile come una immensa rovina, in cui coesistono i frammenti incompiuti e abbandonati, cioè i rifiuti della città che si costruisce (o tenta di farlo), le rovine della città della storia e del tardo Moderno, ha ancora senso distinguere il progetto di recupero di un edificio (nelle varie declinazioni restauro/riuso/riciclo), dal progetto di un edificio? È ancora necessaria la distinzione formulata da Dal Co tra restauratori, unici depositari della conoscenza di alcune tecniche capaci di risolvere scientificamente i conflitti che ogni intervento di restauro comporta e gli architetti ‘creativi’? L’affermarsi di una cultura del vincolo e della conservazione come atto eroico di difesa nei confronti dei processi degenerativi degli ultimi decenni ha determinato la convinzione che il nuovo comprometta e persino distrugga l’esistente; il nuovo è causa della perdita di quei valori artistici e di identità dei luoghi e dei beni che li costituiscono. L’architettura muove da modificazioni successive e non offre mai un’immagine stabile; appellarsi alla sola scientificità di un metodo rigoroso che mortifica l’atto creativo e fa perdere quella radice poetica, propria della nostra disciplina, ha condotto la pratica del restauro architettonico a privilegiare la coincidenza tra l’azione conoscitiva e l’azione creativa in cui è l’opera stessa a suggerire l’atto progettuale. Al progetto è negata la possibilità di alterare l’immagine in un processo di cristallizzazione dell’esistente che proclama l’azione di conservazione come unica via possibile.

La scissione della fase conoscitiva da quella creativa

ludovico romagni
2019

Abstract

La definizione di strategie progettuali capaci di descrivere una gerarchia crescente di alterazione dell’esistente, di definire una progressione dei gradi di trasformazione, ci porta a distinguere differenti categorie di manipolazione e differenti attuatori. Tuttavia, all’interno di uno scenario urbano idealizzabile come una immensa rovina, in cui coesistono i frammenti incompiuti e abbandonati, cioè i rifiuti della città che si costruisce (o tenta di farlo), le rovine della città della storia e del tardo Moderno, ha ancora senso distinguere il progetto di recupero di un edificio (nelle varie declinazioni restauro/riuso/riciclo), dal progetto di un edificio? È ancora necessaria la distinzione formulata da Dal Co tra restauratori, unici depositari della conoscenza di alcune tecniche capaci di risolvere scientificamente i conflitti che ogni intervento di restauro comporta e gli architetti ‘creativi’? L’affermarsi di una cultura del vincolo e della conservazione come atto eroico di difesa nei confronti dei processi degenerativi degli ultimi decenni ha determinato la convinzione che il nuovo comprometta e persino distrugga l’esistente; il nuovo è causa della perdita di quei valori artistici e di identità dei luoghi e dei beni che li costituiscono. L’architettura muove da modificazioni successive e non offre mai un’immagine stabile; appellarsi alla sola scientificità di un metodo rigoroso che mortifica l’atto creativo e fa perdere quella radice poetica, propria della nostra disciplina, ha condotto la pratica del restauro architettonico a privilegiare la coincidenza tra l’azione conoscitiva e l’azione creativa in cui è l’opera stessa a suggerire l’atto progettuale. Al progetto è negata la possibilità di alterare l’immagine in un processo di cristallizzazione dell’esistente che proclama l’azione di conservazione come unica via possibile.
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