A partire dalla metà degli anni settanta del secolo scorso, le città manifatturiere europee sono state investite da processi di ristrutturazione produttiva che hanno sconvolto i precedenti equilibri spaziali e sociali ed arrestato la crescita, esponendo le città ai rischi della decadenza. Le ricette con cui le città hanno cercato di reagire alla crisi hanno fatto riferimento, a partire dagli anni Ottanta, a politiche di crescita competitiva che hanno tentato di governare i rischi del declino e di orientare le città verso nuovi equilibri sociali e produttivi denominati post-industriali. Di fronte all’emergere di questi fenomeni si è evidenziata la crisi dell’urbanistica razionalista incapace di leggere, interpretare e governare il cambiamento. La crisi delle città non è destinata ad arrestarsi in breve tempo. Nel futuro probabilmente aumenterà il numero delle città che entreranno in una fase di crisi strutturale, con implicazioni economiche, finanziarie e sociali, ma come sostiene Peter Hall in “The End of the City? The Report of My Death was an Exaggeration” (P. Hall, 2003), questa non è la fine della città. Le città principali emergeranno come nodi di controllo e di comando della globalizzazione dell’economia, altre decadranno; sempre di più la crescita si alternerà al declino, così come contrazione e crescita simultanee si verificheranno all’interno di una stessa città. I cambiamenti che si stanno verificando si dimostrano però troppo veloci e troppo “hard” per essere assorbiti senza traumi dalle sedi116 mentazioni storiche e dalle coerenze fisiche e sociali dei sistemi urbani. Se è infatti vero che il “cambiamento” è una normale “attività” della città (Healey e al. 1995), quello che è mutato vorticosamente negli ultimi decenni e su cui occorre riflettere è la velocità del cambiamento stesso. A ciò contribuisce il propagarsi inarrestabile degli effetti dei cambiamenti climatici che di fatto hanno scardinato la concezione del tempo come sequenza lineare e ordinata delle pratiche tradizionali della pianificazione. Nella città contemporanea ci si muove, quindi, in una prospettiva di continua evoluzione degli scenari rispetto a mutevoli condizioni di contesto, che richiedono la capacità di anticipare l’evolversi delle situazioni per farsi trovare pronti ad affrontare l’incertezza. Alcune città hanno già raccolto la sfida, distinguendosi per la capacità di attrarre nuove economie capaci di generare un maggiore valore aggiunto rispetto alle precedenti e/o minori esternalità negative. Si tratta di economie basate sui beni immateriali, che cercano la dimensione spaziale e relazionale delle città e non hanno bisogno del vincolo di prossimità con le altre parti della catena produttiva (Calafati, 2010). Tutto ciò pone particolari sfide alla pianificazione urbana. Trattare con la crescita è più facile perché c’è una più lunga tradizione della disciplina a riguardo; trattare con il declino è un problema più recente e lascia ancora sul tappeto molte domande senza risposta; trattare con l’incertezza, richiede la fondamentale capacità di metabolizzare il cambiamento dettato da sollecitazioni esterne, improvvise e mutevoli. Compito della Ricerca è decifrare il cambiamento, interpretare le possibili prospettive di sviluppo per la città contemporanea, porre attenzione alla crescente sensibilità da parte dell’opinione pubblica rispetto ai temi della qualità della vita e della sostenibilità ambientale, individuare politiche e strumenti adeguati per governare i cambiamenti e per promuovere la rigenerazione della città. In tali direzioni si è mossa la ricerca europea dell’ultimo decennio; nei paragrafi successivi si tenterà di descriverne sinteticamente le linee emergenti.

I Compiti della Ricerca

D'ONOFRIO, Rosalba
2015

Abstract

A partire dalla metà degli anni settanta del secolo scorso, le città manifatturiere europee sono state investite da processi di ristrutturazione produttiva che hanno sconvolto i precedenti equilibri spaziali e sociali ed arrestato la crescita, esponendo le città ai rischi della decadenza. Le ricette con cui le città hanno cercato di reagire alla crisi hanno fatto riferimento, a partire dagli anni Ottanta, a politiche di crescita competitiva che hanno tentato di governare i rischi del declino e di orientare le città verso nuovi equilibri sociali e produttivi denominati post-industriali. Di fronte all’emergere di questi fenomeni si è evidenziata la crisi dell’urbanistica razionalista incapace di leggere, interpretare e governare il cambiamento. La crisi delle città non è destinata ad arrestarsi in breve tempo. Nel futuro probabilmente aumenterà il numero delle città che entreranno in una fase di crisi strutturale, con implicazioni economiche, finanziarie e sociali, ma come sostiene Peter Hall in “The End of the City? The Report of My Death was an Exaggeration” (P. Hall, 2003), questa non è la fine della città. Le città principali emergeranno come nodi di controllo e di comando della globalizzazione dell’economia, altre decadranno; sempre di più la crescita si alternerà al declino, così come contrazione e crescita simultanee si verificheranno all’interno di una stessa città. I cambiamenti che si stanno verificando si dimostrano però troppo veloci e troppo “hard” per essere assorbiti senza traumi dalle sedi116 mentazioni storiche e dalle coerenze fisiche e sociali dei sistemi urbani. Se è infatti vero che il “cambiamento” è una normale “attività” della città (Healey e al. 1995), quello che è mutato vorticosamente negli ultimi decenni e su cui occorre riflettere è la velocità del cambiamento stesso. A ciò contribuisce il propagarsi inarrestabile degli effetti dei cambiamenti climatici che di fatto hanno scardinato la concezione del tempo come sequenza lineare e ordinata delle pratiche tradizionali della pianificazione. Nella città contemporanea ci si muove, quindi, in una prospettiva di continua evoluzione degli scenari rispetto a mutevoli condizioni di contesto, che richiedono la capacità di anticipare l’evolversi delle situazioni per farsi trovare pronti ad affrontare l’incertezza. Alcune città hanno già raccolto la sfida, distinguendosi per la capacità di attrarre nuove economie capaci di generare un maggiore valore aggiunto rispetto alle precedenti e/o minori esternalità negative. Si tratta di economie basate sui beni immateriali, che cercano la dimensione spaziale e relazionale delle città e non hanno bisogno del vincolo di prossimità con le altre parti della catena produttiva (Calafati, 2010). Tutto ciò pone particolari sfide alla pianificazione urbana. Trattare con la crescita è più facile perché c’è una più lunga tradizione della disciplina a riguardo; trattare con il declino è un problema più recente e lascia ancora sul tappeto molte domande senza risposta; trattare con l’incertezza, richiede la fondamentale capacità di metabolizzare il cambiamento dettato da sollecitazioni esterne, improvvise e mutevoli. Compito della Ricerca è decifrare il cambiamento, interpretare le possibili prospettive di sviluppo per la città contemporanea, porre attenzione alla crescente sensibilità da parte dell’opinione pubblica rispetto ai temi della qualità della vita e della sostenibilità ambientale, individuare politiche e strumenti adeguati per governare i cambiamenti e per promuovere la rigenerazione della città. In tali direzioni si è mossa la ricerca europea dell’ultimo decennio; nei paragrafi successivi si tenterà di descriverne sinteticamente le linee emergenti.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11581/391271
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